“Il tennis è troppo crudele con lui.” Le parole di Adriano Panatta, pronunciate con calma dopo la sconfitta di Jannik Sinner in semifinale agli Australian Open, non avevano nulla di polemico. Non c’era rabbia, né ricerca di un colpevole. C’era solo una constatazione amara, quasi paterna, che andava ben oltre il risultato di una partita. Panatta non ha parlato di rovesci, di break point o di scelte tattiche. Ha parlato di titoli, di classifiche, di aspettative. Di quel peso enorme che un ragazzo così giovane è costretto a portare sulle spalle ogni volta che entra in campo in un torneo importante.
Nel tennis moderno, il talento non basta più. Appena dimostri di essere diverso, vieni immediatamente proiettato in una dimensione che non perdona. Ogni vittoria diventa la norma, ogni sconfitta un problema. Jannik Sinner non gioca più solo contro l’avversario dall’altra parte della rete, ma contro un’immagine che si è costruita intorno a lui: quella del campione inevitabile, del numero uno annunciato, del simbolo di un’intera nazione che cerca riscatto e gloria. È una veste pesante, soprattutto quando l’età suggerirebbe ancora il diritto all’errore, alla leggerezza, persino alla fragilità.
“Ci dimentichiamo che è ancora molto giovane,” ha aggiunto Panatta. Ed è proprio questo il punto più doloroso. Nel circuito professionistico, l’anagrafe sembra contare sempre meno. Se sei forte, sei adulto. Se vinci, non puoi permetterti di crollare. Ma la pressione, a questi livelli, non distingue tra esperienza e gioventù. Logora tutti. E quando colpisce chi ha ancora tanto da costruire dentro di sé, può diventare devastante.
Il momento più potente, però, non è arrivato in campo. È arrivato in sala stampa. Jannik Sinner si è presentato davanti ai giornalisti con lo sguardo basso, le mani leggermente tremanti mentre stringeva il microfono. Non ha cercato scuse. Non ha accusato la stanchezza, il calendario, la sfortuna. Ha detto solo una frase, quasi sussurrata: “Il tennis una volta era divertente.” In quel momento, la sala è piombata nel silenzio. Perché quelle parole non appartenevano a un atleta che ha appena perso una semifinale Slam. Appartenevano a un ragazzo che, per un istante, ha lasciato intravedere la fatica emotiva nascosta dietro il suo autocontrollo.
Dire che il tennis non è più divertente è una confessione enorme. Significa ammettere che la passione, il motore di tutto, sta lottando per respirare sotto il peso delle aspettative. Significa dire che il gioco si è trasformato in un dovere, in una prova continua, in una corsa senza tregua verso un ideale che non concede pause. E quando a dirlo è uno dei giocatori più forti e più ammirati del circuito, il messaggio diventa ancora più inquietante.
Il tennis è uno sport solitario. Anche quando sei circondato da uno staff, da tifosi, da un intero Paese che ti sostiene, alla fine resti solo con i tuoi pensieri. Ogni errore è pubblico, ogni momento di debolezza viene analizzato, sezionato, giudicato. Non c’è un compagno a cui passare la palla quando le gambe tremano. Non c’è nessuno che possa condividere davvero la responsabilità di una sconfitta. Tutto ricade su di te.
Jannik Sinner ha dimostrato una maturità straordinaria in questi anni. Ha parlato poco, ha lavorato molto, ha accettato la pressione senza mai alzare la voce. Proprio per questo, le sue parole hanno colpito così forte. Perché non arrivano da qualcuno che cerca attenzioni, ma da chi ha sempre messo il dovere davanti a tutto. E forse, proprio ora, il tennis dovrebbe fermarsi un attimo e ascoltare.
Forse è il momento di ricordare che dietro i titoli, i ranking e i record ci sono esseri umani. Ragazzi che hanno iniziato a giocare per amore di uno sport, non per diventare prigionieri delle aspettative. Forse è il momento di accettare che anche i campioni possono essere stanchi, confusi, vulnerabili. E che proteggerli, a volte, è più importante che pretendere da loro l’ennesima vittoria.
Il talento di Sinner non è in discussione. Il suo futuro nemmeno. Ma il suo presente merita rispetto, ascolto e umanità. Perché quando un campione dice che il gioco non è più divertente, non sta solo parlando di tennis. Sta chiedendo, silenziosamente, di poter tornare a essere, almeno ogni tanto, semplicemente un ragazzo che gioca.